In Italia
Rifugiati diventano docenti: il caso modello di Schio per l’integrazione
24.06.2015
Rifugiati diventano docenti: il caso modello di Schio per l’integrazione
Dalla materna alle superiori, persone che sono fuggite da guerra e privazioni nel proprio paese insegnano sartoria agli studenti del Comune veneto.

Ore 9, a scuola c’è lezione di sartoria. Il docente? Ezra, 25 anni, rifugiata gambiana. O Arkan, 23, afgano. Succede da qualche anno a questa parte, e sempre più spesso, nelle scuole di ogni ordine – materna compresa – di Schio, provincia di Vicenza. Nel cuore di quel Veneto da sempre accogliente ma oggi alle prese con la crisi economica che intacca, in casi circoscritti ma rilevanti, anche la solidarietà verso il diverso.  A Schio, invece, si respira tutt’altra aria: “portare queste persone nelle scuole è un’azione che fin da subito ha sconfitto la paura del diverso e,  al contrario, ha aperto la comunità locale alle storie di queste persone, in fuga da guerre, persecuzioni e disagi di ogni genere”,

spiega Chiara Ragni, referente dell’associazione Il mondo nella città, che da fine anni ’90, in particolare con lo scoppio del conflitto in Kosovo,  segue la delicata situazione dei profughi che arrivano in Italia per chiedere asilo politico. “Oggi siamo inseriti in un progetto di una Rete di 13 Comuni della zona più vari enti della cooperazione sociale, e ci occupiamo di gestire la quotidianità delle persone che sono in attesa di sapere  se la propria domanda verrà accolta o meno”, spiega Ragni. Attesa che da sei mesi può prolungarsi fino a un anno e mezzo a causa delle lungaggini burocratiche del sistema.

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